Riprendendo un termine utilizzato dal famoso scrittore isrealiano Yuval Noah Harari, oggi “siamo nell’era del dataismo”.

Considerando anche solo gli ultimi due anni, i dati raccolti hanno già superato l’ordine degli Zettabyte, cioè dei trilioni di Gigabyte: la digitalizzazione permette oggi di generare un universo di informazioni, strutturate e non. Basti pensare al mondo delle telecomunicazioni, ai pagamenti elettronici, ai canali social, ai sensori meteorologici o ai segnali Gps, per fare solo pochissimi esempi di come si possono produrre dati.

La capacità di analizzare e interpretare questi dati costituisce, per le aziende che investono nei Big Data, una leva per poter rimanere competitive e individuare nuove opportunità di mercato a prescindere dal settore merceologico in cui queste operano.

L’importanza strategica dei Big Data

Se si pensa ai benefici che l’analisi dei Big Data può permettere di ottenere è facile intuirne l’importanza strategica. Qualche esempio? Aumentare il fatturato, valutare la dimensione di un mercato, prevedere lo sviluppo della domanda e l’adeguamento dell’offerta, ridurre i rischi operativi (come l’analisi delle frodi), monitorare gli eventi per potervi rispondere in tempo reale, con implicazioni anche nell’ambito del controllo del territorio e della sicurezza.

Ecco, quindi, che le competenze legate alla gestione dei Big Data sono sempre più richieste e sono un ambito dove al momento la domanda supera ampiamente l’offerta.

Si tratta di competenze nuove perché nuove sono le sfide a cui rispondono, derivanti dalle caratteristiche intrinseche dei Big Data: eterogeneità (varietà), ampiezza (volume) e rapidità di produzione (velocità), trattandosi sempre più di dati in real time.

Le nuove figure professionali

Quali sono quindi le figure richieste e le competenze per lavorare in questo nuovo ambito dell’economia digitale?

La complessità dei Big Data non è tanto quella di reperire ingenti moli di dati, ma la capacità di interpretarli secondo la migliore chiave di lettura e di coglierne insight utili per il business. Servono quindi nuove figure che sappiano gestire e, soprattutto, leggere i Big Data.

All’interno di sistemi complessi come le aziende è poi sempre più necessario costituire dei team diversificati multidisciplinari in cui far confluire le competenze degli esperti di Big Data con gli esperti della materia di cui si vogliono analizzare i fenomeni, procedendo così alla definizione di Big Data Analysis più adeguate a rispondere alle esigenze aziendali. Su questo TIM è stata un’azienda apripista in Italia con la creazione di un’intera unit, la TIM Data Room, dedicata al monitoraggio dei dati provenienti dalla Rete.

Due sono soprattutto le figure professionali da cui le aziende non possono prescindere:

  • il Business Data Analyst, l’analista in grado di interpretare i dati alla luce dei diversi fenomeni online/offline e di stabilire quali possono essere utili o meno al business;
  • il Data Scientist, un professionista con conoscenze e competenze multidisciplinari (informatica, programmazione, matematica, data visualization, ecc.) che permette all’azienda non solo di sfruttare i dati disponibili per generare vantaggio competitivo, ma anche di creare nuovi modelli di business.

Nuove figure professionali significa un’evoluzione dei saperi digitali e una conseguente evoluzione della formazione specialistica per creare tali competenze.

Non solo competenze specialistiche, ma anche tanta curiosità

A chi intenda avviarsi verso una carriera di Data Scientist o, in generale, di professionista nel mondo dei Big Data servono sicuramente competenze di analisi quantitativa – forti basi statistiche e di matematica sono essenziali –, ma senza dimenticare aspetti più qualitativi, sia di business, come gli effetti di micro e macro-economia o i processi funzionali come il marketing, la produzione o la distribuzione, sia di comunicazione per riportare con chiarezza e assertività al top management i risultati e le raccomandazioni di business che emergono dai dati.

Negli ultimi anni, mondo accademico e aziende hanno creato dei percorsi curriculari sinergici di orientamento verso queste nuove professioni in modo più strutturato rispetto al passato.

Resta poi un punto importante: ricordiamoci sempre che le nuove tecnologie sono al nostro servizio per darci le migliori risposte, ma quello che fa (e sempre di più farà) la differenza è la nostra capacità di porci le domande giuste. Una caratteristica chiave quindi di chi vuole addentrarsi nel mondo del Big Data è la curiosità: chiedersi il “perché” delle cose è sempre e comunque fondamentale! 

Leggi l’intervista a Salvatore Nappi, Responsabile Marketing Offerta IT di TIM

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