Il forno parla con il frigo, le luci di casa con la serratura. Strumenti di ogni tipo che parlano con altri strumenti ed a loro volta con i wearable devices, i dispositivi indossabili. È il trionfo degli oggetti connessi, sempre più diffusi e intelligenti. Ma sbaglia chi pensa che l’Internet of Things (IoT) sia solo una faccenda di transistor e di enormi quantità di dati che viaggiano nella rete.

L’IoT è la rampa di lancio per una nuova generazione di servizi personalizzati, ribattezzati “Internet of Me”. Il suo atto di nascita coincide con la diffusione su larga scala dei wearable devices, i dispositivi indossabili, come gli smartwatch e gli activity tracker, i braccialetti per monitorare l’attività fisica. Se i GPS degli smartphone monitorano dove andiamo, questi wearable devices vanno oltre: raccontano come ci muoviamo e qual è il nostro stato di salute.

La tecnologia a misura delle persone

Ed è solo l’inizio. Raccolti in modo adeguato, questi dati permettono di migliorare la customer experience che, secondo un sondaggio di Gartner, è riconosciuta dalle aziende come uno dei fattori determinanti per migliorare la propria competitività, con l’obiettivo di dare agli utenti un’esperienza ogni volta unica. Ma cosa è la customer experience? Meyer e Schwager sull’Harvard Business Review la definiscono come la reazione interiore e soggettiva del cliente di fronte a qualsiasi contatto diretto o indiretto con un’impresa.

Quello del Phoenician Resort, un hotel in Arizona, è ormai un caso di scuola su come funziona l’Internet of Me. Quando si entra nell’albergo, il sistema di prenotazione si connette al cellulare e fa in automatico il check-in. Niente più chiavi o tessere elettroniche, lo sblocco della stanza avviene sempre con il telefono. E non è tutto, all’interno della camera troveremo le luci impostate secondo le nostre preferenze, la nostra musica preferita e in TV potremo vedere i nostri show preferiti.

Un ecosistema contro la frammentazione

Ecco il senso di questa tecnologia, perché le persone non vogliono un’Internet di mille dispositivi, ma un unico ecosistema che sia in grado di capire ciò che desiderano. È qualcosa da tenere a mente, perché il rischio dell’Internet of Things è la proliferazione di device incompatibili tra loro, che raccolgono dati in tanti linguaggi diversi. L’Internet of Me è invece una lezione di apertura.

Un’azienda con una buona intuizione non deve essere gelosa dei propri dati. E deve imparare a sfruttare le informazioni di altri servizi. Perché la condivisione con i concorrenti tradizionali non è più un disvalore per il marchio.

Essere “open” non danneggia il marchio

A questo proposito è istruttiva la storia del Nike FuelBand, il braccialetto per raccogliere i dati delle performance sportive, il cui insuccesso commerciale poteva decretare la chiusura dell’intero progetto, se solo l’azienda sportiva avesse avuto un approccio tradizionale. Ma Nike, compreso che l’IoT non è solo qualcosa di fisico, ha cambiato strategia, concentrandosi sullo sviluppo dei software applicativi e decidendo di permetterne l’utilizzo anche sui vincenti wearable devices della concorrenza (FitBit, Jawbone, Garmin). Attualmente le relative app della Nike sono compatibili con l’ecosistema dei diversi wearable devices, dimostrando che anche un colosso affermato può abbracciare una filosofia aperta.

Non solo IoT, il cambiamento coinvolge l’intero universo del software

L’apertura dei dati a terze parti è una scelta strategica, che non riguarda solo l’ecosistema dei dispositivi connessi. L’approccio “open” si adatta meglio anche agli sviluppi attuali del mondo IT, dove tutto dev’essere multipiattaforma, integrabile, e garantire in mobilità l’immediata e semplice fruizione di servizi da qualunque dispositivo. I diversi attori, ognuno coi propri strumenti e servizi, interagiscono in un unico sistema, e non più come singole entità. Interazione che apre ad incredibili scenari di opportunità, resa disponibile dalle tecnologie del Cloud Computing.